Segre esulta davanti all’ex Aurelio: il gesto divide
Il gesto
Palermo–Spezia finisce 1-0, decide Jacopo Segre, il “dottore” del centrocampo rosanero. Una partita tesa, emotiva, aperta fino alla fine, con i liguri che hanno provato a pareggiare i conti e con un Palermo che stavolta ha retto bene. Nel finale, però, è accaduto un episodio che rischia di rubare la scena al risultato e alla prestazione.
Sul finire del match Giuseppe Aurelio, ex Palermo, ha sul destro il pallone del pareggio. È una buona posizione. Il tiro, però, si impenna e finisce alto. Il Barbera esplode. Subito dopo, Segre corre verso Aurelio ed esulta davanti a lui, quasi faccia a faccia. Un gesto che non passa inosservato, né allo stadio né davanti alle telecamere.
Il contesto è noto a tutti. Un anno fa, Aurelio segnò al Palermo nei minuti finali ed esultò in modo giudicato da molti eccessivo, sopra le righe, quasi provocatorio verso una piazza che lo aveva accolto e poi lasciato andare. Quel ricordo non è mai davvero svanito. È rimasto lì, sotto traccia, pronto a riemergere al primo incrocio utile. E così è stato.
La domanda, però, è inevitabile: Segre ha fatto bene o ha sbagliato?
Da un lato c’è l’uomo, prima ancora del calciatore. C’è l’istinto, la tensione accumulata, il senso di rivalsa. Il calcio non è uno sport asettico, è fatto di emozioni, di memoria, di ferite che si riaprono. In quel gesto c’è probabilmente la voglia di restituire, simbolicamente, qualcosa che un anno fa aveva dato fastidio. Una ripicca umana, comprensibile, quasi naturale. Segre non è un giocatore qualunque, è uno che vive il Palermo come un’appartenenza. Difendere la squadra e la piazza, anche sul piano emotivo, fa parte del suo modo di stare in campo.
Dall’altro lato, però, c’è il ruolo. Segre oggi è uno dei leader di questo Palermo. È il “dottore”, per titolo vista la laurea conseguita qualche anno fa, ma anche esperienza e autorevolezza. Da lui ci si aspettano equilibrio, lucidità, capacità di stare un passo sopra agli altri, soprattutto nei momenti caldi. L’esultanza in faccia all’avversario, per quanto spiegabile, rischia di scivolare sul terreno della provocazione, di abbassare il livello invece di alzarlo. Non aggiunge nulla alla vittoria, non rende il gol più pesante, non fa guadagnare punti.
Ma probabilmente è stato un attimo, figlio della memoria e dell’adrenalina. Il Palermo ha vinto, e questo resta l’unico dato che conta davvero. Ma se questa squadra vuole crescere fino in fondo, se vuole diventare grande anche nella testa, certi messaggi forse andrebbero evitati. La rivalità, la memoria, la rivincita fanno parte del gioco. La differenza, spesso, però la fa il modo in cui si sceglie di esprimerle.
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